
di Vito Pirrone
Recentemente i media hanno riportato in prima pagina la vicenda della piccola Denise, rapita diciassette anni fa a Mazzara del Vallo; una vicenda giudiziaria che ha interessato l’opinione pubblica e che ha generato un senso di confusione, specialmente nei molti non addetti ai lavori, essendo emerse notevoli carenze investigative.
Si assiste, pertanto, ad indagini parallele condotte da parte dei media.
I media hanno occupato ogni angolo della vita sociale, invadendo anche il privato, ed entrando financo nel mondo giudiziario, spesso sostituendosi ad esso.
Ormai si assiste a vere e proprie celebrazioni di processi nei media, espropriando la loro sede naturale : le aule giudiziarie.
Lo spettatore è coinvolto dalla notizia, dal racconto (come se fosse un reality), segue l’attività investigativa – istruttoria che viene svolta e partecipa al verdetto mediatico, che precede quello giudiziario (che può non essere simmetrico).
La verità mediatica ha nell’opinione pubblica una incidenza, una penetrazione, più forte di quella processuale.
Un sistema sano di media può avere una parte cruciale nella riflessione pubblica.
Non si può, ne si vuole disconoscere l’importanza dei media per la democrazia e per la promozione della giustizia in generale.
Il campo del criminal profiling, al di là della sua incidenzamediatica, dovuta anche a fortunate serie televisive, rimane comunque un settore che, nonostante l’intensità degli studi e delle ricerche, ha fornito risultati poco soddisfacenti.
Cosa sono gli indizi e le piste da seguire, se non possibili percorsi interpretativi e ricostruzioni narrative? In generale, la semiotica si occupa di tutte le relazioni che è possibile istituire tra elementi presenti e qualcosa di assente, ancora da scoprire.
La tecnica dell’investigazione ha il compito di garantire l’attenta valutazione delle informazioni raccolte, elaborandone una sintesi e ricavando unicamente quelle significative attraverso il ragionamento investigativo. Questo per arrivare a risultati oggettivi, formalmente ineccepibili e soprattutto utilizzabili processualmente: sarebbe un insuccesso raggiungere la verità storica, ma non aver documentato a sufficienza i risultati che determinano la ricostruzione della verità processuale.
Necessita un’adeguata conoscenza delle discipline sociologiche con particolare riferimento alle indagini investigative e allo loro applicazione anche dal punto di vista metodologico.
Il susseguirsi di casi di cronaca sui crimini più efferati, la diffusione da parte dei media di informazioni sempre più accurate sulle tecniche d’indagine, l’ingresso delle telecamere televisive nella “scena del crimine”, gli approfondimenti giornalistici che ne conseguono e addirittura, talvolta, la formulazione di ipotesi di colpevolezza al di fuori dei tribunali, hanno creato una sorta di familiarità diffusa con le tecniche d’indagine. Termini come DNA, luminol, esame autoptico, sono oramai entrati nel patrimonio medio comune di conoscenza di tutti. L’investigazione, però, è un fatto tecnico: è osservazione, deduzione, supposizione, argomentazione, raccolta di elementi logici per la ricerca di una verità comprovata e pertanto certa.
Satta, insigne processualista e scrittore, scriveva che scopo del processo è proprio il giudizio ( processus judicii, infatti, era l’antica formula, contrattasi poi in processo), che il giudizio non è uno scopo esterno al processo. I saggi di Satta bastano a far comprendere quanto sia scottante la materia, specialmente oggi che la realtà giudiziaria è entrata a forza nella vita di tutti. Egli ci lascia un suo pensiero, lucidissimo, quanto amaro: “esiste una vera e propria vocazione del nostro tempo a vivere senza il diritto”
È necessario riportare, pertanto, il processo nella propria sede naturale.
Necessitano alcuni aggiustamenti nell’ambito delle riforme della giustizia, favorendo la cultura dell’investigazione, come strumento professionale, sia del pubblico ministero, che del giudice.
Dalle relazioni dei procuratori generali della Corte di Cassazione emerge un dato significativo, che deve fare riflettere: su cento delitti che vengono commessi in Italia, per ottanta le indagini sono a carico di ignoti.
Un dato che esige riflessioni e risposte.
Non si può parlare di prevenzione, di politica criminale, di sicurezza sociale, se poi il tasso di illiceità impunita è talmente elevato.
Anche le indagini scientifiche, che dovrebbero essere effettuate da esperti qualificati nominati dal magistrato, debbono spesso essere ripetute, anche a distanza di anni, per negligenza o errori commessi precedentemente da chi ha effettuato l’accertamento.
Pertanto, si pone urgente e necessaria una rivisitazione della cultura della investigazione, anche con l’apporto delle nuove scienze.
All’importanza e delicatezza del momento investigativo, talvolta si aggiunge, come indice di turbamento, la componente mediatica, che può esprimere condizionamenti negativi, quando va oltre il diritto- dovere di informare.